
E’ quanto asserisce Michael Huffman, professore di etologia del “Primate Research Institute” dell’Università di Kyoto, Giappone, che potremo ascoltare tra qualche giorno al Festival della Scienza di Genova.
Una conferma a quanto si pensava da tempo, cioè della capacità di molte specie del mondo animale di poter individuare correttamente quelle piante in grado di curare patologie diverse.
Beninteso, il luminare è anche convinto che le modalità di assunzione siano giunte per caso, senza che gli animali se ne rendessero conto e ognuno pensa per sé perché non sembrano comunque in grado di curare i propri simili.
Parliamo di quelle piante che hanno un sapore amaro perché contengono sostanze tossiche: ebbene, dal risultato degli esperimenti effettuati su gorilla e scimpanzé, si è evidenziato che i primati, dopo aver ingerito per sbaglio le foglie di queste piante e averne tratto giovamento, non avrebbero tardato ad associarle come curative.
Anche questo è un processo evolutivo che caratterizza chi vuole sopravvivere.
Huffman, che studia da decenni la materia, ha riscontrato che anche gli insetti, soprattutto alcune larve, istintivamente ingeriscono piante velenose come antiparassitario.
Non è fuori luogo ipotizzare che anche gli ominidi, che hanno calpestato questo pianeta prima di noi, con l’osservazione dei primati abbiano appreso quest’arte per poi affinarla: d’altronde, anche alcuni racconti mitologici, come quelli tramandati dai Navajo, ne parlano esplicitamente e conferme incoraggianti arrivano pure dalle testimonianze di tribù indigene.
number of view: 831Scridb filter










in questo senso è interessante anche l’indagine di Hancock sul come le popolazioni primitive siano venute a conoscenza delle proprietà allucinogene di alcune piante e sopratutto di come fosse necessario combinarla con altre piante che soprimessero la funzione degli enzimi che nel nostro corpo hanno la funzione di sopprimere l’insorgere degli stati alterati di coscienza.
Gianluca, lì volevo arrivare…per quel che riguarda Hancock, nel suo ultimo libro non fa altro che riprendere il meraviglioso lavoro dell’antropologo Jeremy Narby, poi condensato nel testo “Il Serpente cosmico: il DNA e le origini della conoscenza” (Venexia, 2006). Qui dovrebbe dire la sua anche eSQueL, ti pare?